I programmi, attraverso testimonianze dirette, presentano i racconti di profughi palestinesi, che hanno dovuto abbandonare i loro villaggi nel corso del grande esodo del 1948, espulsi dall’esercito del nascente stato di Israele.
Raccontano le loro storie, il loro vissuto, i particolari delle loro vite: ricordi ormai lontani. Dai loro racconti si percepisce una nota di amarezza e rassegnazione, per una libertà tanto aspirata, che rimane, almeno per ora, solo utopia. Al contempo i profughi, comunque, coltivano un filo di speranza: la speranza di poter tornare a condurre una vita felice e dignitosa, nel rispetto del loro diritto al ritorno, sancito anche dall’ONU, ma sinora disatteso. Il ricordo, quindi, come forma di attaccamento alla terra, alle proprie origini, alla propria cultura, da tramandare di padre in figlio, da una generazione all’altra, due volte senza terra: in quanto palestinese, e in quanto profuga.
Shabab Radio, che ha prodotto il ciclo di trasmissioni, è una delle poche radio comunitarie attive in Palestina, che trasmette da Birzeit e irradia in tutta la zona di Ramallah. Gestita da un gruppo di giovani e di donne, si pone l’obiettivo di valorizzare il protagonismo dei giovani e delle donne nella società palestinese e di presentare il punto di vista della società civile in riferimento alla quotidianità del conflitto e degli avvenimenti nazionali.
Protagonisti di questa prima puntata sono alcuni dei tanti palestinesi che vivono nei campi profughi della Cisgiordania, costretti a fuggire dai loro villaggi, in cui avevano vissuto per decenni, cacciati dall’esercito israeliano nel corso della guerra del 1948.
Gli anziani raccontano che Beit Nabala era un villaggio orgoglioso e conosciuto in tutto il paese per la fierezza dei suoi abitanti. Un villaggio prospero e florido, dove tutti i venerdì gli abitanti si riunivano al mercato, ognuno con la propria merce e venivano offerti cibo e bevande, qualunque fosse il numero degli ospiti. Era un villaggio di agricoltori e allevatori che lavoravano in un clima disteso, per garantire il proprio benessere e quello di tutto il paese.
C’era abbondanza di bestiame e di materie prime come sesamo, orzo, meloni, grano… Si rimpiange anche il clima di sicurezza e di pace che regnava, mentre oggi, l’occupazione israeliana e la drammatica situazione palestinese non fanno presagire niente di buono. Prima del grande esodo del 1948, non si riscontravano problemi, le persone potevano uscire anche dopo il tramonto in tutta tranquillità e si poteva dormire con le porte di casa aperte.
“C’era un tempo in cui avevamo la terra, c’erano floride coltivazioni… cose che oggi sono solo ricordi… hanno distrutto i nostri villaggi e ci hanno cacciato nei campi profughi”. Questa è la voce di uno dei profughi, che riecheggia all’unisono con le voci di tutti gli altri profughi, di qualunque paese essi siano.
Sono sempre gli anziani che, appellandosi ai ricordi, raccontano la Nakba, la “catastrofe” per i palestinesi che comportò il grande esodo del 1948, corrispondente, di contro, alla nascita dello Stato di Israele. Era il 1947 quando l’ONU divideva la Palestina in tre aree geografiche: la maggior parte destinata alla minoranza degli ebrei, una no men’s land, e un’altra parte, più piccola di quella attribuita agli ebrei, destinata alla maggioranza palestinese. Per i cittadini palestinesi questa era certamente una proposta inaccettabile: rifiutavano l’idea di vedere “fare a pezzi” la propria patria, mentre per alcuni palestinesi c’era anche la contrarietà di dividere la terra con degli “estranei”. Secondo le ricostruzioni dei profughi intervistati, a causa di questo rifiuto le grandi potenze occidentali hanno armato il nascente popolo di Israele, e i palestinesi sono stati cacciati dalle loro terre. Nel 1948 si parlava di quasi un milione di rifugiati, nel 2002 nei campi profughi si registravano circa 7 milioni di rifugiati, e, secondo le recenti stime fornite dall’ Unrwa (l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi) risulta assai arduo se non impossibile, ricostruire cifre precise sul numero dei profughi. Giorni ormai lontani, ma ricordi nitidi, chiari: ogni singola mossa e ogni singolo passo rimangono indelebili, nelle menti di coloro che hanno vissuto quei terribili giorni. È da allora che si parla del diritto al ritorno dei profughi palestinesi; se ne parla nelle sedi ONU ma anche nelle strade, tra la gente comune. Non esiste più la Palestina di quel tempo, ma tutti i palestinesi continuano a sperare che le generazioni future possano un giorno tornare nel loro paese, finalmente liberi.
I rifugiati palestinesi sono suddivisi essenzialmente in cinque gruppi, e quelli del 1948 risultano essere la maggioranza. Sono 40 i campi profughi in Palestina e 30 quelli negli altri paesi.
Il campo di Jalazone, ad ovest di Ramallah, può essere considerato rappresentativo della situazione che si vive negli altri campi palestinesi. Questo campo raggruppa all’incirca 150.000 persone provenienti da 35 differenti località palestinesi. Per dare un quadro generale della vita all’interno dei campi, Radio Shabab ha intervistato il direttore del campo di Jalazone, Abu Habeed.
All’interno dei campi profughi si riscontra innanzitutto un grave problema ambientale, dovuto all’elevatissimo numero di abitazioni, in molte delle quali non arriva neanche la luce del sole. Ne conseguono gravi problemi a livello sociale. Infatti, ad oggi, circa il 75% degli abitanti dei campi vive al di sotto della soglia di povertà. Anche le condizioni igenico-sanitarie risultano essere precarie, sempre a causa dell’elevata densità di popolazione. Non c’è assistenza domiciliare e i disabili sono costretti a vivere isolati, e anche un bene di prima necessità come l’acqua è insufficiente a causa di condotte idriche antiquate e della sovrabbondanza di abitanti.
Conoscere la realtà di questo campo è importante, perché fa capire qual è la situazione che ogni profugo palestinese deve sopportare: disagio e condizioni precarie su qualsiasi fronte, contrapposti comunque a un grande sogno: quello di far ritorno in patria.